Bacon and eggs

L’odore del sangue umano non mi va via dagli occhi. Questa frase, tratta dall’Orestea di Eschilo e citata dallo stesso Bacon, nel corso di una conversazione col critico francese Franck Maubert, riassume molto bene la sensazione provocata nello spettatore alla vista di un’opera del maestro irlandese. Quel senso di ineluttabilità, di avvizzimento legato al trascorrere implacabile del tempo, di estrema impotenza di fronte all’azione di un Fato superiore, come nella tradizione greca, persino alle divinità; tutto questo resta incollato agli occhi dopo aver visto un quadro di Bacon, forse per via della consistenza materica del pigmento pittorico, così denso e pesante, forse per via delle bocche spalancate, o forse per via delle pose estremamente contorte dei suoi personaggi.

Nato a Dublino nel 1909, opera in un’Inghilterra nella quale le avanguardie nate a ridosso della prima guerra mondiale e degli anni Venti, come il Dadaismo, non erano riuscite ad arrivare, e nella quale ancora si respirava la rarefatta atmosfera dei Preraffaelliti. Tutto questo, in effetti, non interessa particolarmente Bacon, che impara a dipingere praticamente da autodidatta; il suo sconfinato interesse per la cultura gli consente di mettere a punto un linguaggio figurativo nuovo che si basa, per certi aspetti, su alcuni elementi ripresi dalla tradizione, ma che nel suo pennello acquisiscono delle valenze completamente rinnovate, e che incarnano perfettamente quel senso di precarietà e di caducità legato alla società pre-anni ’50.

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La rivoluzione delle cupole di Correggio

Gran personaggio, questo Antonio Allegri. Nasce a Correggio, paese in provincia di Reggio Emilia dal quale mutuerà il nome, nel 1489; sono gli anni in cui Mantegna si dedica alla realizzazione delle nove grandi tele con I trionfi di Cesare, su commissione di Francesco II d’Este (soprannominato novo Cesare per via dei successi militari), in cui Leonardo realizza a Milano la Vergine delle Rocce e il ritratto di Cecilia Gallerani, e in cui Raffaello ancora probabilmente non ha imparato a tenere il pennello in mano, in quanto ha soltanto 6 anni. Correggio, che compie il suo apprendistato presso Antonio Begarelli, scultore modenese in terracotta, e poi a Mantova presso l’anziano Mantegna, opererà una delle più innovative ed efficaci sintesi delle rispettive maniere dei tre maestri sopra citati: dal primo riprenderà la tipologia dello scorcio di sotto in su, introdotto per la prima volta nella cosiddetta Camera Picta (1465 – 1474); dal secondo lo sfumato e, dal terzo, la tenerezza espressiva dei personaggi e la cifra stilistica del cielo con figure di cherubini fuse alle nuvole (che Raffaello introduce con la Madonna di Foligno – 1511/12). In più, però, ed in misura assolutamente autonoma, Correggio mise a punto una resa senza pari dei valori luministici, che lo rendono capace di mediare i contrappassi di luce immergendo le sue figure in atmosfere eteree e rilucenti, ed inoltre una capacità nel rendere la morbidezza dell’incarnato e la dolcezza dei volti assolutamente senza pari (e molto lontana dalla  tenerezza – talvolta spinta fino ai limiti della stucchevolezza – dei volti raffaelleschi).

Le più importanti realizzazioni di Correggio sono legate a tre cicli di affreschi, che trovano posto in tre importanti cupole: quella della Camera della Badessa, quella della chiesa di S. Giovanni Evangelista e quella del duomo di Parma.

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