Domenikos Theotokopoulos. Chi? El Greco. Ah!

Al giorno d’oggi è difficile trovare relazioni particolarmente strette tra le caratteristiche di un artista e il suo ambito geografico di riferimento. Nell’epoca della globalizzazione i riferimenti indissolubili ad una scuola o ad una zona perdono quasi totalmente il loro significato, cedendo il passo alla più disparata serie di influenze che esercitano il loro influsso su artisti  potenzialmente in contatto con tutto il mondo grazie agli odierni media. Eppure fenomeni del genere non sono soltanto figli dell’epoca in cui viviamo.

El Greco ne è un esempio perfettamente calzante.

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Ragazzo che accende una candela (1600)

Forse il primo artista apolide della storia dell’arte, El Greco era uno dei pittori più famosi del suo tempo, nonostante oggi sia relativamente meno conosciuto di altri altisonanti nomi. Il motivo di questa poca considerazione da parte del grande pubblico è da ricercarsi nel lungo pellegrinaggio artistico che Theotokopoulos compie attraverso tutto il Mediterraneo, fino a trovare la sua meta ideale nella città di Toledo. La critica d’arte in Spagna inizia più tardi rispetto all’Italia, e prima di Goya non esiste una scuola di riproduzione a stampa delle opere d’arte; motivi per i quali solo in tempi recenti la critica ha annoverato El Greco tra i grandi del suo tempo.

Domenikos Theotokopoulos nasce intorno al 1541 a Candia (Iraklion), capitale dell’isola di Creta. Al periodo Creta è annessa alla Repubblica di Venezia, e questo gioca un ruolo fondamentale nella formazione del giovane pittore, che vive una prima stagione come pittore di icone. Il riferimento a Venezia, a queste date, implica l’influsso di una cultura ibrida in cui all’Occidente latino si affiancano la cultura greco ortodossa e quella islamica: queste sono le prime sfere attorno a cui orbita l’opera dell’autore cretese. A queste prime influenze se ne aggiungono altre di estrema importanza poco più tardi, quando El Greco si trasferisce a Venezia e cerca (con ottimi risultati) di impadronirsi della maniera degli artisti lagunari come Tiziano, Tintoretto o Jacopo Bassano. Queste ultime influenze sono decisive per lo sviluppo del linguaggio dell’artista maturo, che si basa su un uso della luce e su una pittura a macchia, spesso sfrangiata a ricercare tutte le possibili declinazioni cromatiche in base ai valori luministici, che ha il suo principale riferimento proprio nella scuola veneziana della seconda metà del ‘500. Verso gli anni ’70 del ‘500, infine, El Greco approda in Spagna, sua terra d’adozione.

Annunciazione (1600)

Annunciazione (1600)

Il linguaggio pittorico del pittore cretese è quindi un connubio di esperienze diverse tra loro e spesso geograficamente lontane, che concorrono alla creazione di uno stile assolutamente unico ed innovativo nel panorama neobarocco, che catapulta El Greco direttamente alle soglie del ‘900, tante sono le analogie con le correnti artistiche della nostra epoca.

Tre sono le caratteristiche principali della pittura di El Greco: luce, panneggi metallici e figure monumentali. Per quanto riguarda la prima, il pittore cretese mostra di aver perfettamente assimilato la lezione di Tiziano e dei veneti in generale sull’utilizzo delle fonti luministiche per generare picchi patetici di sicuro effetto. Unita ad una prospettiva di sotto in su e ad un isolamento della figura nello spazio, la luce direzionata può costruire i volumi senza avvalersi del disegno di contorno tipico dell’area tosco-romana.

La seconda caratteristica tipica sono i panneggi. Le sue figure sono avvolte in vesti dall’andamento metallico, quasi fossero scolpite nel bronzo e non dipinte a tempera su tela. Servendosi di questo espediente riesce così a ottenere la massima resa luministica e, da un punto di vista prettamente concettuale, a focalizzare l’attenzione dello spettatore sulle figure umane che si ergono come uniche protagoniste delle scene rappresentate. Soprattutto nell’ultima fase della sua attività si manifesta un ritorno alla sua formazione di pittore di icone: in quest’Annunciazione, ad esempio, il collocamento prospettico delle figure è completamente rifiutato, a favore di una scansione dello spazio bidimensionale in cui i volumi sono unicamente resi tramite luce e colore.

La terza peculiarità dello stile del pittore cretese sono le figure monumentali. Un altro autore che esercita una forte influenza su di lui è il Michelangelo della stagione romana, con le cui opere El Greco entra in contatto in occasione di un soggiorno (alquanto infruttuoso a dir la verità) nella capitale. In particolare nelle opere della sua fase tarda (ovvero quella che va dall’inizio del secolo al 1614, data della sua morte), infatti, isola le figure rendendole sempre più imponenti, torreggianti come architetture all’interno di figurazioni per le quali tende sempre di più ad allontanarsi dalla mimesis della natura, al fine di ottenere degli effetti che possono essere quasi concepiti come tipici di una pittura “espressionista ante litteram”.

Laocoonte (1610-14)

Laocoonte (1610-14)

Visitazione (1600-14)

Visitazione (1600-14)

Le torsioni tipicamente michelangiolesche vengono esasperate nel linguaggio di El Greco, arrivando a perdere il contatto con l’elemento mimetico-naturalistico e approdando a risultati in cui i vertici del pathos narrativo sono raggiunti tramite linee ossessivamente allungate e volutamente sproporzionate. Sembra quasi che il pittore cretese assecondi pulsioni creative insite alla linea stessa, che autonomamente si snoda sinuosa a plasmare questi corpi titanici dagli arti allungati. Non è difficile scorgere in queste figure alcuni elementi archetipici che ricorreranno in quelle di un Kirchner o di un Picasso del periodo blu: più di trecento anni prima El Greco aveva gettato le basi per un linguaggio pittorico che cercava altre vie, distaccandosi dalla resa naturalistica.

Tanta è l’importanza rivestita dalla figura umana nelle sue opere che in una Visitazione della sua fase tarda, inserite in una cornice assolutamente scenografica ed unicamente funzionale, i due personaggi di Maria e di Elisabetta non sono minimamente caratterizzati fisionomicamente. El Greco ha rappresentato un episodio tradizionale, con rispetto dei canoni consolidati, ma senza dare alcun risalto ai volti, che di fatto appaiono appena abbozzati. Il risultato è quello di due figure titaniche, avvolte in sovrabbondanti panneggi metallici sui quali la luce cola densa e aspra, che si stringono in un abbraccio dalla forza primordiale mentre si stagliano su uno sfondo irreale, abbozzato e approssimativo, nel quale le architetture sono troppo piccole perchè questi immani personaggi le possano abitare, e in cui le nuvole sulla destra sembrano riecheggiare la medesima consistenza materica delle vesti plumbee delle due sante.

La resa del corpo umano, attraverso vie che quasi tendono all’astrazione, rappresenterà uno degli elementi di maggior fascinazione per artisti del primo ‘900 come Picasso, come riportato – tra gli altri – da Roger Fry. Tale è l’ammirazione del pittore andaluso nei confronti di El Greco, che realizzerà proprio all’inizio del secolo un disegno dal titolo “Yo, El Greco”, e che si mostrerà debitore dello stile del pittore cretese nella sua opera più famosa, le “Demoiselles d’Avignon”.

Chissà se El Greco, che prestò servizio come traduttore per il Tribunale dell’Inquisizione spagnolo e che rivoluzionò l’iconografia dei santi martiri, introducendo l’uso della rappresentazione a mezzo busto di figure ingigantite con estatici occhi lacrimosi rivolti al cielo (un’iconografia di cui si mostrerà fortemente debitore Guido Reni), si sarebbe mai aspettato che le sue innovazioni stilistiche sarebbero state riprese per rappresentare delle prostitute in un bordello barcelloneta.

A me piace pensare di sì.

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